
domenica 28 giugno ore 18
testo di Anton Cechov
libero adattamento di Antonio Caponigro , Elisabetta Cataldo
regia Antonio Caponigro
con Elisabetta Cataldo, Marta Clemente, Antonella Giorgio, Francesco Alfano, Emiliano Piemonte, Cristian D’ambrosio, Barbara Rocco
distribuzione luci Antonio Marcantuono
distribuzione audio Irene Izzo
disegno luci Claudio Caponigro
selezione musicale Emiliano Piemonte
scenografia Matteo Laudonio
costumi Maria Marino
coreografie Simone Liguori
Teatro dei Dioscuri
Il 17 gennaio 1904 Il giardino dei ciliegi debutta al Teatro d’Arte di Mosca, diretto da Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko. Čechov, che definiva la sua ultima opera “commedia”, aveva immaginato un tono leggero, intriso di ironia e dolente umanità, ma Stanislavskij, nella sua regia, accentuò gli aspetti tragici, dando vita a un celebre scontro artistico tra autore e regista. Questa tensione tra comico e drammatico — tra visioni contrastanti della stessa realtà — segna ancora oggi l’anima del testo e caratterizza la nostra messinscena.
Al centro, il destino di una famiglia aristocratica, incapace di adattarsi al mutare del tempo e alle trasformazioni sociali. In questa storia ogni personaggio rappresenta il proprio giardino interiore. Il giardino, il fulcro della vicenda, intorno a cui ruotano ricordi, emozioni, accadimenti e prospettive, simbolo di un passato che si fatica ad abbandonare, diventa metafora universale della memoria, della perdita, del tempo che scorre indifferente alle volontà umane.
Nel mondo di Čechov i personaggi vivono di contraddizioni, divisi tra ciò che desiderano e ciò che rinunciano ad affrontare. La loro umanità non è mai lineare, ma sfaccettata, complessa, autentica. Restano immobili davanti al cambiamento non per cattiva volontà, ma per paura, per nostalgia o semplicemente per incapacità di immaginare un futuro diverso.
Nel nostro adattamento, i personaggi (ridotti a sette per concentrarsi sulle dinamiche emotive centrali) diventano archetipi universali delle contraddizioni umane, per cui il legame storico-geografico passa in secondo ordine. Le sette figure principali incarnano altrettante direttrici esistenziali: la nostalgia del passato, l’ansia del cambiamento, l’immobilismo, l’idealismo inconcludente, la concretezza priva di visione, la memoria che si spegne, la giovinezza che guarda avanti.
La scelta registica di abbattere la quarta parete immerge lo spettatore non solo emotivamente, ma anche fisicamente, in un’atmosfera che si dilata e si contrae, intrisa di elementi scenici totemici e polivalenti, di suoni, rumori, musiche, silenzi, luci, riflettendo le tensioni interiori dei personaggi. Il suono non è semplice “ambientazione”, diventa voce dell’invisibile, gli dà corpo, segnala ciò che accade oltre i margini della scena o nel profondo delle coscienze.
Le interpretazioni enfatizzano l’aspetto tragicomico del testo, evidenziando come la comicità nasca spesso dalla goffaggine, dall’inadeguatezza e dalla dissonanza tra desideri e realtà e, pur nella loro caratterizzazione, mantengono una credibilità che li rende specchi delle nostre stesse fragilità. In questo giardino senza coordinate, ciò che conta non è dove siamo, ma ciò che stiamo attraversando. Non c’è messaggio da cogliere, né soluzione da scoprire, solo una domanda sussurrata: quanto somiglia a noi, oggi, questo giardino che scompare?
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